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    Home » ERIOLI – colli bolognesi
    Cantine

    ERIOLI – colli bolognesi

    29 Agosto 2019Aggiornamento:15 Dicembre 2022Nessun commento1 Min Leggere
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    6.7
    • Location 6.5
    • Ambiente 5.5
    • Cortesia del personale 8.0
    • Competenza del personale 8.5
    • Organizzazione 6.0
    • Immagine aziendale 5.0
    • Qualita/Prezzo Vini 7.5
    • Le Classificazioni Degli Utenti (0 Voti) 0

    Aspetti positivi:

    La valorizzazione dei vigneti Alionza e Negretto. Il rispetto del varietale nel calice. La cortesia e gentilezza del titolare.

    Aspetti negativi:

    La manutenzione ed ordine dei manufatti aziendali.

    Nome:

    Az, Agricola Malagutti Laura-Erioli -ERIOLI -

    Vini Bianchi

    Pignoletto Badianum colli bolognesi classico, Malvezza Alionza Dell'Emilia IGT, Grechetto gentile IGT Emilia,

    Vini Rossi

    Samodia-Colli Bolognesi Rosso DOC (cabernet sauvignon 85% e merlot 15%); Maiolus - Rosso Dell'Emilia (100% Negretto)- Passito (100 % Negretto)

    Vini Rosati

    NO

    Spumanti Metodo Classico

    Salèbra Metodo Classico millesimato brut o dosaggio zero a seconda annate (Prevalenza Alionza con Trebbianina (Trebbiano di Spagna) e Trebbiano Modenese o di Castelvetro (o Trebbiano Montanaro) e Pignoletto.

    Spumanti Metodo Charmat

    NO

    Ettari Vitati

    circa 3 ha

    Vitigni:

    Alionza-Negretto-Grechetto-Trebbiano Montano- Trebbianina-

    n° Bottiglie per Anno

    circa 10.000

    Ristorazione :

    NO

    Pernottamento:

    NO

    Organizzazione:

    6.0

    La riscoperta dei Vigneti scomparsi  nelle terre dei Colli Bolognesi   Conoscere i produttori è da sempre la passione che accomuna il nostro gruppo di eno-appassionati, soprattutto approfondire le storie di piccolissime realtà, definiti in Francia “ vigneron garagisti” che spesso seguono filosofie biodinamiche e che nel calice fanno scoprire emozioni uniche. Un pomeriggio dedicato ai vitigni autoctoni dei Colli Bolognesi, presso un artigiano che si definisce poeta del vino: Giorgio Erioli. Siamo in via Monteveglio nel comune di Bazzano, Ci fermiamo davanti a un casolare apparentemente disabitato, Giorgio ci apre il cancello e ci fa accomodare in casa, dove vive. Una persona umile, con cui entriamo subito in confidenza grazie a un libro che ci fa leggere sui vitigni autoctoni del territorio e alla cortesia con cui ci fa trovare un piatto di salume e del formaggio. Inizia a raccontare della passione che dedica ai 3 ha di vigneti che circondano la casa, ci parla del Pignoletto, vino derivante da uva grechetto, bistrattato e considerato l’antagonista del Prosecco nelle calde serate estive bolognesi. Ma per lui non è così: è un vino che merita il suo valore, un valore che raggiunge l’apice dopo dieci anni in bottiglia. L'azienda nasce nel 1933 ad opera del nonno Vincenzo Malagutti, con il nome di Podere San Giuseppe, come citato da un atto di compra-vendita di  parte della tenuta Malvezza di Bazzano, che nel '600  risulta essere di proprietà della prestigiosa famiglia bolognese di origine medioevale dei Malvezzi (Malvicius). Prima di questo periodo essa faceva parte quasi sicuramente dei beni che ricadevano sotto la giurisdizione dell'Abbazia di Leno nel bresciano (documenti del 1192 d.C.) in quanto comprendeva anche l'antichissimo oratorio di San Vincenzo. Ma la forza che contraddistingue questo “vigneron”, è la rivalorizzazione di due antichi vitigni autoctoni, un tempo altamente coltivati nella pianura e nelle colline circostanti: l’Alionza uva a bacca bianca e il Negretto, uva a bacca nera.    Vitigni presenti in tutte le case dei contadini dell’ottocento, coltivati con il sistema delle alberate, in cui la vite si arrampicava sui tronchi e dava i suoi frutti sulle cime degli olmi. Il mosto con le proprie bucce veniva trasportato dai contadini, in botti lunghe e larghe sui carri verso la città di Bologna, botti che, avevano due grandezze diverse: la “castellana”, conteneva 840 kg di pigiato; la “mezza” 420 kg, esattamente metà della precedente. Gli abitanti della città, compravano il prezioso nettare in botti e poi negli anni più recenti in damigiane, vini ottenuti semplicemente, con il torchio verticale.  Le aziende agricole vinificavano e producevano i vini per il consumo famigliare, in quanto il vino era considerato un alimento e non consumato prevalentemente a scopo ludico come avviene oggi, oppure venduto alle numerose osterie del centro molto frequentate in quell’epoca. Verso la metà del secolo scorso, le regioni del Piemonte e della Toscana, iniziarono a invadere il mercato locale con nebbiolo, barbera e sangiovese, quest’ultimo spesso tagliato con colorino, canaiolo nero e trebbiano toscano per formare il Chianti che viene ancor oggi ricordato nelle tavole per l’inconfondibile fiasco impagliato. Tale nuova politica portò ad un calo nelle vendite dei vini locali, a discapito delle nuove produzioni allora allevate con rese quantitativamente alte a discapito della qualità. L’abbassamento dei prezzi per svuotare le cantine, peggiorò la situazione. I contadini locali allora cercarono di coltivare nelle proprie terre i tre vitigni che in quel momento il mercato voleva; ma il nebbiolo non si adattò al terreno argilloso dei colli bolognesi, mentre barbera e sangiovese trovarono alcune aree vocate. Alcuni viaggi in Francia di famiglie benestanti, consentirono di comprare le barbatelle di Sauvignon blanc, Cabernet Sauvignon, Merlot e di porre le basi della Doc Colli Bolognesi. Durante la ricerca di vitigni resistenti, qualitativamente produttivi, i vitigni autoctoni, già precari per problemi di acinellatura, malattie, e produzioni limitate, rischiarono l’estinzione. Così L’Alionza, uno dei vitigni a bacca bianca più diffusi nell’area Bolognese e Modenese, cominciò ad essere espiantato a favore delle nuove varietà. Non vi sono ancora certezze sull’origine del vitigno Alionza, citata nel 1300 da Pier de Crescenzi, probabilmente il nome deriva da “Sclava”, termine latino; “Slava”, origine slava, probabilmente luogo di origine del vitigno. Nel 1500-1600 il nome diventa il sinonimo “Lionza”- “Leonza” sembra derivare dalla lince, animale il cui manto è ricco di macchie, le stesse che sono presenti superficialmente nella buccia durante la maturazione dell’uva. Un ulteriore versione, “Leonza” potrebbe essere stata originata dal nome del boccale di legno utilizzato dagli studenti universitari di bologna, per bere collegialmente.

    Alionza
    Un vitigno a doppio uso sia da tavola che da vino, considerato adatto agli assemblaggi con altre uve, per la carenza di acidità, poco produttivo, soffre di acinellatura, sensibile al marciume, con buccia spessa, e tannini paragonabili ad un’uva a bacca nera, ma elegante e corposa quando si trasforma in vino. Attualmente, sono rimasti   pochi cloni disponibili proveniente dall’Università di Bologna; per la produzione degli spumanti è utilizzato un clone dai chicchi più grandi; per la vinificazione di vini fermi viene utilizzato un clone soggetto ad acinellatura. Nella vigna di Giorgio, piantata nel 1930 vengono ospitati entrambi i cloni, ed a breve, per far fronte al cambiamento climatico, verrà piantato un nuovo terzo clone sperimentato a Castelfranco Emilia, e resistente alla siccità sempre più presente negli ultimi anni nella nostra penisola. Nel 1989, Giorgio Erioli, si appassiona al mondo del vino, si licenzia dal lavoro dipendente, subentra al “babbo” ridando vita ai vitigni autoctoni, con una produzione di dieci- dodici mila bottiglie all’anno che coprono prevalentemente un mercato locale e poche province limitrofe. Un altro raro vitigno aziendale è il Negretto o Maiolo; un vitigno rustico, resistente alle malattie, dal grappolo compatto con acino grande, dalla buccia coriacea, nonostante povero di antociani, uno dei primi vitigni a invaiare, e cambiare colore durante la fase di maturazione.
    Negretto
    L’origine è ancora incerta; alcuni studi lo riconducono a Oriente, viste anche la resistenza all’oidio e alla siccità, tipiche delle zone a levante; oppure di origine spagnola, riconducibile al vitigno  Mourvedre con ricordi di olive nere in salamoia, sentore che si sviluppa solo in determinate annate. Il tannino è particolarmente presente nella beva, e quindi spesso è domato dall’assemblaggio con uve dalla delicata astringenza di altre varietà, donando al vino maggior equilibrio e facilità di beva. Il Neretto, così definito alla fine del quattrocento, pare debba il suo nome alla colorazione dell’uva particolarmente scura. Ed ora passiamo alla degustazione di alcuni vini aziendali, ed in particolare: GRECHETTO GENTILE IGT EMILIA 2013 Definito in etichetta Grechetto gentile, il vino non ha ricevuto la denominazione Pignoletto Docg per i mancati parametri richiesti dalla commissione di controllo. Il vino matura in botti lasciate scolme, apporta note terziare e di ossidazione che si ritrovano nel bouquet olfattivo, ricco di sfumature di campi fioriti e torbati. Corpo, nervosità, struttura, ampiezza rendono intrigante il sorso che lascia estasiato il degustatore. MALVEZZA ALIONZA DELL’EMILIA IGT 2017 Il colore giallo dorato, presenta una luminosa densità materica. Al naso è dolce, fiore di zagara, ginestra, miele d’acacia, fieno, camomilla, a occhi chiusi pare una Malvasia Istriana. Normalmente la M. Istriana è anche molto minerale?? La freschezza del sorso accompagna subito un secondo assaggio, dosato dalla sapidità e dal tannino che dona un’astringenza delicata. La struttura conferma le parole di Giorgio, sembra un vino rosso di grande eleganza. MAIOLUS ROSSO DELL’EMILIA IGT 2017 (Barbera e Negretto) Rubino intenso con sfumature porpora, il bouquet olfattivo presenta sensazioni vinose riconducibili a piccoli frutti rossi, mirtillo, ribes; fiori di iris, viola, spezie dolci e piccanti di pepe. Sorso scorrevole, la freschezza verticale appaga il palato riempiendolo di estratto. Un vino che si pone giocoso, dalle maschere di volti che cambiano a ogni degustazione. PASSITO (Negretto) Un passito che non esiste in commercio, i più fortunati possono averlo in regalo da Giorgio. Tripudio di emozioni olfattive, caffè, resina, prugna, susina, al palato mostra la dolcezza fruttata di marmellata di prugna e lamponi. La perfetta armonia del sorso lascia vuoto il bicchiere e la bottiglia finita. (Alcuni vini gli troverete recensiti su www.l’indovino .it) Non possiamo che ringraziare Giorgio Erioli per la cortesia, la cultura che ci ha arricchito durante la visita, ma in particolare per credere e valorizzare questi antichi vitigni autoctoni, che senza la sua passione e l’amore per la terra, in futuro li leggeremo solamente nei libri di testo, come varietà estinte. Il Giardino d’Europa, come lo definisce lui, ci ha regalato emozioni che non dimenticheremo facilmente. Olionza e trebbiano montanaro e trebbianina metedo cl 24 mesi brut nature … verso natale Ma attendiamo con curiosa attenzione la nuova annata della bollicina  dei colli Bolognesi Salèbra che Giorgio Erioli ha messo in programma, …un metodo classico dosaggio zero, che affina per minimo 24 mesi sui lieviti a base di Alionza in prevalenza, con Trebbianina ( o Trebbiano di Spagna) e Trebbiano Modenese o di Castelvetro (o Trebbiano Montanaro) e Pignoletto…..ma questo sarà sicuramente motivo di una futura visita in cantina! MAURA GIGATTI & L?INDOVINO  

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    marcomassimi001
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