Blog sull'emozione del Vino

 


WINE PARIS 2020- Internazionali-Argentina-Armenia-Marocco- vinexpo 2020-

 

 
Overview
 

Location
7.0


 
Offerta Vini
7.8


 
Cortesia del personale
5.2


 
Sito Web
7.8


 
Qualita/Prezzo
7.7


 
Emozione
7.6


 
Organizzazione
7.0


 
Punteggio finale
7.2
7.2/10


Valutazione utenti
nessuna valutazione

 

Aspetti positivi


la location, i vini degustati, il prezzo del biglietto pari a 20 euro via web (€ 40 euro alla cassa), la disposizione e dimensione degli stand, l'organizzazione nel suo complesso, il materiale fornito.

Aspetti negativi


il personale per il pubblico/giornalisti in gran numero (eccessivo forse) ma poco disponibile e non preparato (interessato più alla chiacchera personale), migliorabile l'organizzazione tra fiere che risultavano di fatto tre fiere disgiunte (una non sapeva nulla dell'altra):


In breve...

DALLE AMERICHE…  ALL’ASIA … ALL’AFRICA…   ULTIMO GIORNO, è’ tempo di conoscere realtà enologiche di altre parti del mondo, e quindi oggi ci rechiamo al Padiglione 7, dedicato ai vini internazionali; edificio pluripiano, moderno con due piani interamente dedicato ai vini e ai distillati, oltre alle grandi sale per le degustazioni. Si percepisce subito che […]

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Pubblicato 6 Maggio 2020 da

 
Full Article
 
 

DALLE AMERICHE…  ALL’ASIA … ALL’AFRICA…

 

ULTIMO GIORNO, è’ tempo di conoscere realtà enologiche di altre parti del mondo, e quindi oggi ci rechiamo al Padiglione 7, dedicato ai vini internazionali; edificio pluripiano, moderno con due piani interamente dedicato ai vini e ai distillati, oltre alle grandi sale per le degustazioni.

Si percepisce subito che tale padiglione è in realtà un’altra fiera seppur all’interno di Wine Paris 2020, infatti si chiama WINEXPO Paris 2020, e ci tiene ancora molto al proprio marchio di appartenenza, infatti anche le hostess sono dodate di proprie divise e consegnano brochure specifiche del padiglione internazionale. Unica cosa in comune con il resto della fiera, sono il numero esagerato di hostess che chiacchierano alacremente tra loro;  se malauguratamente chiedi informazioni, ti rispondono di guardare sulle brochure o su internet; una volta approfondito il problema con alcune di loro,  si subito compreso che tale atteggiamento era causato dalla poca preparazione sul’evento e sull’intera fiera -scusate il disturbo-. Peccato perché pensiamo ai costi sostenuti dall’organizzazione per tale “brigata” di ragazze “nullafacenti” e “nullaconoscenti”… Come è abitudine con il nostro solito spirito collaborativo che ormai ci contraddistingue, consigliamo ai responsabili della manifestazione di assumere metà hostess ma formate adeguatamente sull’evento e su come ci si comporta in tali occasioni.

Ma procediamo, dopo aver attraversato il “vallo delle hostess” posto all’ingresso, verso gli stand del piano primo, che catturano la nostra attenzione per il gran numero di paesi esteri presenti; vorremmo fermarci ovunque, ma il tempo come sempre è tiranno e ci attende subito una degustazione al piano secondo…

Expliring Argentina’s  Diverse Terroirs è la presentazione della guida che descrive la filosofia di Cellar Voyage , agenzia di  distribuzione  di vini Argentini in cui   il direttore e wine maker Daniel Pi ( laureato in viticultura e Enologia a Mendoza  e Madeleine Stenwreth , Maste Of Wine 2008); la società  propone vini argentini di territori diversi con altitudini che raggiungono anche i  2000 m s.l.m. .

 

ARGENTINA

Ma poco o nulla si conosce veramente della viticoltura del sud America, ed ancor meno dell’Argentina, quinto paese al mondo per produzione con 14,50 milioni di ettolitri (dato OIV 2018 – Organisation Interniationale de la vigne et du Vin-) su 21.900 ha di superficie vitata (dato OIV 2018); ed allora scopriamo assieme questo magnifico territorio ricco di storia e cultura vitivinicola…anche italiana.

Siamo nel 1500, e come ormai tradizione, sembrerebbe che le prime barbatelle di vitis vinifera vengano piantate dai prelati del vecchio mondo, probabilmente Gesuiti spagnoli che utilizzano il vino, come d’obbligo, durante le celebrazioni liturgiche. Addirittura un vitigno storico argentino si chiama Mission (Mission)  e da recenti studi sul DNA californiani si ritiene che sia una mutazione del Listan Prieto o Paolomino nero, antico vitigno spagnolo a bacca rossa per la produzione di Sherry (anticamente la comunione si effettuava con vino dolce rosso, infatti il sangue di cristo sarebbe rosso, ma successivamente sarà sostituito dal vino bianco dolce –vin santo- semplicemente perchè non macchiava i paramenti liturgici). 

Poi dopo queste colonizzazioni iberiche, dobbiamo attendere la fine del 1800 per avere la presenza massiccia di Spagnoli, Francesi ed Italiani, prevalentemente agricoltori che a seguito si portano le barbatelle delle loro regioni, salvate dalla “tempesta” della Filossera (periodo antecedente la fine del 1800, quando i vigneti europei erano ancora a piede franco –non innestati su vite americana- e furono sterminati dalla “pandemia” dell’afide nord-americano Filossera della Vite (Daktulosphaira vitifoliae) che distrusse il 95% delle viti europee colpendo inesorabilmente il sensibile apparato radicale – ricordiamo che l’Argentina ed altri paesi sud-americani non sono mai stati interessati da questo sgradevole parassita della vite- distribuendosi  ai piedi delle Ande ove anche oggi si localizzano le zone più vocate alla produzione di vino.

Le regioni vinicole più importanti del paese sono Mendoza (con le sottozone Luján de Cuyo e Maipú), San Juan, La Rioja e Salta, oltre a quelle meno conosciute come Jujuy e Catamarca, vicino a Salta, e il Río Negro posta all’estremo sud del paese. Mendoza è la regione vinicola più importante dell’Argentina con circa il 70% della produzione totale del paese.  In considerazione del cambio climatico, nell’ultimo decennio, è diventato evidente il potenziale per regioni “non tradizionali” come  la costa atlantica a sud del Mar del Plata  comprese le colline nel sud di Buenos Aires (dove sono in corso grandi investimenti). Altri territori meno conosciuti sono le montagne della Provincia di CordobaEntre Rios, quest’ultimo un luogo difficile a causa del clima caldo e della sua umidità ma famoso nei primi del 900 per i suoi vini. Molto interessante, specialmente per i vini bianchi, l’Altopiano della Patagonia, una terra arida, ventosa e dal clima rigido. Nelle nuove regioni, piccole realtà familiari o artigianali pionieristicamente sperimentano nuove varietà abbinate a nuove tecniche di allevamento e vinificazione, con l’obbiettivo di creare uno stile Argentino riconoscibile nel mondo, ma differenziandosi da quello attuale; a riguardo citiamo una vera perla della Patagonia recensita nel nostro blog www.lindovino.it alla voce vini rossi: Altaland- Limitless Argentina: Pinot Noir 2016.

Sicuramente l’Argentina è rappresentata internazionalmente dall’uva Malbec la più diffusa del territorio, con eccellenti produzioni, ma è ben rappresentata anche da altri vitigni a bacca rossa, che rappresentano il 60% della produzione, come  il Cabernet Sauvignon, Merlot, Tempranilla (Tempranillo), Syrah,  Bonarda, Corvina, Sangiovese, Pinot Nero, Lambrusco Maestri, Nebbiolo, Dolcetto, Fresia, Raboso oltre alle uve della prima colonizzazione del 1500 come Cereza (Moscato d’Alessandria x Listano nero) , la Criolla Chica ( Pais in Cile e Negra Peruana in Perù) e la Criolla Grande (Mission x Moscato d’Alessandria) e Mission (Palomino Nero). Per quanto riguarda le uve a bacca bianca troviamo principalmente Pedro Giménez (parente del Pedro Ximénez Spagnolo)

Torrontés (varietà derivata dal Moscato d’Alessandria con altro vitigno non conosciuto derivato dal Mission o Criolla), Chardonnay, Torrontés Sanjuanino (mutazione del Torrontés avvenuta nella Provincia di San Juan) e Sauvignon blanc oltre a varietà minori come Chenin blanc (Sauvignon blanc x Trousseau Noir), Pinot gris (Pinot grigio), Riesling renano, Sauvignonasse (Sauvignon vert o Friulano ex Tocai bianco), Semillon (Malaga in Spagna), Ugni Blanc (Trebbiano) e Viogner.

Ma ora vediamo le varie Denominazioni estrapolate direttamente dal disciplinare dell’Instituto-Nacional de Vitivinicultura argentino (INV) ente preposto al controllo, studio ed emanazione delle direttive inerenti la filiera produttiva e di vendita del vino del proprio paese. Particolare attenzione è dedicata all’etichettatura obbligatoria ed uniformata per tutta la Nazione, che simile alla nostra prevede anche la dicitura se contiene latte o uova oppure anche tracce degli stessi, l’obbligo di specificare la percentuale dei vitigni presenti (almeno i principali), se vino di Riserva o Gran riserva e per questi ultimi la tipologia di contenitore od essenza lignea utilizzata.   Nello specifico precisiamo le tre denominazioni principali in ordine crescente rispetto alla qualità:

 

  1. I.P. (Indicazione della Provenienza): Normalmente sono vini più semplici senza necessità di autorizzazione di enti o istituti con specificato in etichetta il territorio di produzione. Solo i vini regionali possono avere tale designazione;

 

  1.  I.G. (Indicazione Geografica): sono vini riconosciuti dagli enti preposti per la loro specificità territoriale, indicando l’intera zona di produzione, ad esempio, ricevono un’indicazione geografica (IG); La Consulta, nella Valle Uco, Agrelo, a Lujan de Cuyo, Cafayate, a Salta, o la Zonda recentemente approvata a San Juan, e Paraje Altamira, sempre nella Valle Uco. Ad esempio, un Malbec fatto con uve provenienti da Gualtallary e La Consulta avrà come origine la Valle dell’Uco, dove si trovano le due IG. Tuttavia, se si usano uve provenienti da Agrelo e Los Arboles, rispettivamente a Lujan de Cuyo e Uco Valley, l’origine del vino sarà Mendoza. Seguendo lo stesso ragionamento, se l’uva proviene da più di una provincia, in etichetta sarà presente solamente la dicitura IG Argentina.

 

  1. D.O.C. (Denominazione Origine Controllata): Queste sono denominazioni geografiche specifiche che sono assoggettate al consiglio di regolamentazione della provincia di appartenenza e dell’INV, al fine di stabilire il tipo di vino che viene prodotto in un determinato luogo. Nel caso dell’Argentina, al 2014 esistevano solamente due DOC: D.O.C. Lujan de Cuyo, dal 2005 (Risoluzione INV n. C.15 / 2005) e D.O.C. San Rafael, dal 2007 (Risoluzione INV n. C.31 / 2007). Un esempio è il Lujan de Cuyo DOC: Malbec, la cui origine è Lujan, e la cui elaborazione è adattata a una resa inferiore a 10 tonnellate per ettaro, con un invecchiamento di almeno un anno in botte e il resto in bottiglia. Luigi Bosca, Norton e Lagarde, sono alcuni esempi di Lujan de Cuyo Malbec DOC. La DOC richiede un tempo minimo di 24 mesi, di cui almeno 12 devono essere in recipienti di legno (usati o nuovi) e il resto in bottiglia prima della loro immissione sul mercato.

 

Poi i vini possono essere definiti anche Reserva e Gran Reserva:

 Reserva – termine Riserva è dato a tutti i vini rossi che sono stati invecchiati in botti di rovere per almeno un anno. Per i vini bianchi o rosati almeno sei mesi;

 Gran Reserva –  termine Gran Riserva si applica ai vini rossi che sono stati invecchiati per almeno 18 mesi, mentre per i vini bianchi è di almeno un anno.

È interessante notare che l’Argentina riconosce in etichetta, la differenza tra i vini che hanno avuto un invecchiamento in botti e l’uso di legni alternativi (altri contenitori o trucioli-doghe interne ecc.) , il tutto per dare maggior importanza alle aziende che investono maggior tempo e sforzi rispetto  alle altre.

Sempre in etichetta l’INV prevede obbligatoriamente che se presente il nome del varietale deve essere prevista anche la percentuale:

monovitigno: almeno l 85% del varietale – esempio – Cabernet Sauvignon

 due o tre vitigni: nessun singolo vitigno deve raggiunge l’85% della composizione, ma assieme devono comporre almeno l’85% menzionati in ordine decrescente (è facoltà specificare i rimanenti) – esempio Cabernet Sauvignon 50%, Malbec 20% e Croatina 20% oltre altre uve;

più di tre vitigni: in tal caso se menzionati in etichetta è necessario indicare anche le rispettive percentuali. Esempio – Cabernet Sauvignon 50%, Malbec 20%, Croatina 20%, Tempranillo 5%, Merlot 3% e 2% Bonarda.

Per lo stato è importante che il consumatore sia consapevole di ciò che acquista proporzionato al costo che deve sostenere.

Un discorso a parte è rappresentata dai vini spumanti che seguono una legislazione specifica, definendoli vini “sparkling to dry” vini frizzanti secchi. Infatti hanno un diverso dosaggio di zucchero rispetto al resto del mondo: Nature (senza zucchero); Brut Nature (da 0 fino a 2 grammi di zucchero); Brut extra (da 2 fino a 8 grammi di zucchero); Brut (da 8 fino a 14 grammi di zucchero); Demi Sec (da 14 fino a 25 grammi di zucchero); Dulce (da 14 a più di 25 grammi di zucchero).

Le etichette per essere poste in bottiglia dovranno essere preventivamente approvate dall’INV.

 Un’ampia sala, con posti ben distanziati, sommelier preparati e cortesi, brochure esplicative e video ci preparano ora alle degustazioni …

primi quattro vini degustati

Chardonnay  Costa & Pampa 2019 – Trapiche Winery ( www.trapiche.com.ar)

100% Chardonnay – invecchiamento 7 mesi in botti di rovere francese – bottiglie prodotte : 50.000

Gradazione alcolica 13° vol.

Regione: Mar del Plata- Buenos Aires.

L’azienda fondata nel 1883, si trova a est di Mendoza, nella regione di Mar del Plata, Buenos Aires, attualmente conduce 1000 ettari vitati vitigni autoctoni come il Malbec, il Torrontes e vitigni internazionali di origine francese, come lo Chardonnay di cui vi raccontiamo. Un vino che appare trasparente nel giallo paglierino dai riflessi tenui. Al naso è intenso e rispettoso nel suo varietale, frutta croccante a polpa bianca, succo di pesca, intervallata da agrumate sensazioni di arancia e pompelmo rosa. Fresco e sapido è il percorso gustativo che si allunga in una morbida sensazione di ananas che conduce al termine senza eccedere nella persistenza.

 

Chardonnay Finca El Tomillo 2018 –Trapiche Winery ( www.trapiche.com.ar)

100% Chardonnay  – Gradazione alcolica 13° vol.

Regione: Uco Valley

Il colore paglierino è ravvivato da luminose sfumature verdoline, invitano a scoprire i profumi che si rivelano un po’ sottotono, tendenzialmente vegetali in cui il frutto si mostra timido come il sorso in cui appare una sapidità quasi salata dal finale tendente all’ amaricante.

 

La Linterna Pinot nero 2014 – Bemberg Estate Wines   (www.bembergestatewines.com)

100% Pino nero – fermentazione legno da 60 hl – invecchiamento 12 mesi in barrique nuove Francesi- Gradazione alcolica 14° vol

Regione: Uco Valley

 Los Arboles  nella Uco Valley, è la regione natia di questo vino, che ci attrae per la sua estrema bevibilità. Un Pinot nero sorretto dall’uso del legno moderato che dona profumi dolci e tostati, piccoli frutti neri di sottobosco, ribes, lampone, more di rovo. Il floreale di iris e rosa rossa appena raccolti mostrano un bouquet elegante e modesto, conducono al percorso gustativo nei ricordi di  alcuni Südtiroler Blauburgunder altoatesini. Da bersi anche d’estate, abbassando la temperatura di servizio.

 

Old Vines 1945 Torrontes 2019 – Bodega  El Esteco Old Vines ( www.elesteco.com)

100% Torrontes –.  altitudine vigneto 1.800 m.s.l.m.-non filtrato- Gradazione alcolica 13.5° vol. Regione: Calchaqui Valley

Un vino d’altura (1800m s.l.m.), nasce a Cafayate nella regione della Valle di Calchaquì da vigne piantate nel 1945, anno da cui il vino eredita parte del nome. L’escursione termica tra il giorno e la notte, dona freschezza ma anche una sapidità marcata che sorregge la struttura e contrasta la setosità del sorso. Un vino dall’estratto equilibrato, mantenuto dalla rinfrescante scorrevolezza che ci colpisce.

 

i prossimi tre vini degustati

 

Malbec Finca Coletto 2015 – Terroir Series Trapiche Winery    ( www.trapiche.com.ar)

100% Malbec –  invecchiamento 18 mesi in barriques nuove. – altitudine vigneto 1.150 m.s.l.m. bottiglie prodotte: 20.000- Gradazione alcolica 14.5° vol.

Regione: Uco Valley

Premiato come il “Miglior Malbec del Mondo” al Concorso Internazionale del Vino “Les Citadelles du Vin” a Bordeaux. Dal 1962 le uve sono coltivate ad un’altitudine di 1127 m s.l.m. nella regione di Uco Valley a Tupungato. La veste rubino intenso incuriosisce l’olfatto che si pone nell’aspetto vegetale verde, peperone, spinaci, mano a mano che passa il tempo, le note di cioccolato fondente, confettura di prugna e marasca sciroppata aprono un altro scenario che consiglia al gusto. L’ingresso è pieno, mentre il tannino emerge nella sua irrequietezza giovanile, lasciando un sorso energico che viene contrastato dalla morbidezza che accarezza delicatamente le guance. Un vino che ci ha stupiti per la franchezza con cui vuole presentarsi al suo pubblico, lasciando la curiosità di come evolverà nel tempo.

 

La Linterna Cabernet Sauvignon 2014 – Bemberg Estate Wines (www.bembergestatewines.com)

100% Cabernet Sauvignon -18 mesi botte da 300l- altitudine vigneto 1650 m.s.l.m.-vigneto del 1958-  bottiglie prodotte : 4.700- Gradazione alcolica 14.5° vol.

Regione: Calchaqui Valley

La veste rubina con riflessi vivaci, anticipa la gioventù che si rivela all’esame olfattivo ma soprattutto gustativo. Accenni fruttati di ribes, mora, mirtillo appena raccolti, prugna, legno di cedro, pepe verde, cardamomo, in sottofondo note agrumate. Il sorso rivela un’annata sottotono nella citrica freschezza, il tannino non perfettamente maturo nonostante le morbidezze cerchino di  appianare il contrasto.

 

Malbec Sagrado El Pedernal 2015 – Finca Las Moras  (www.fincalasmoras.com)

100% Malbec – invecchiamento 17 mesi in barrique rovere francese nuove- Altitudine vigneto: dai 1.400 m.s.l.m. –Bottiglie Prodotte: 19.000 – Gradazione alcolica 14.5° vol.

Regione:San Juan

Saliamo a 1400m s.l.m. a San Juan nella Valle del Pedernal a ovest di Mendoza. Un piccolo vigneto di 2,77 ettari in cui il Malbec esprime la finezza supportata dall’utilizzo del legno. Materico già al colore rubino, al naso conferma l’uso della barrique, cioccolato, caffè, macedonia di frutta sciroppata, potpourri di fiori selvatici. Il tannino si mostra all’ingresso con discreta irruenza, contrasta la nota alcolica mentre la glicerina avvolge le guance e rende il vino corposo in cerca dell’armonia che verrà nel tempo.

 

gli ultimi tre vini degustati

Chanar Punco Vinos de Altura 2015 –  El Esteco  (www. Elesteco.com)

60% Malbec 60% – 30% Cabernet Sauvignon -10% Merlot 10% (si precisa che il sito ufficiale non specifica il Merlot nell’ uvaggio) – 18 mesi barrique – Altitudine vigneto: dai 2. 000 ai 2.400 m.s.l.m. –  lieviti indigeni – selezioni delle migliori barrique- Bottiglie Prodotte ed. limitata: 15.000/10.708 degustata – Gradazione alcolica 14.5° vol.

Regione: Calchaqui Valley.

Chanar Punco è una sotto-regione circondata dalle montagne di Quilmes, situata nella valle Calchaquì da cui prende nome la regione stessa. La veste rubina è ravvivata da luminosi riflessi dati dall’altitudine dei vigneti che si trovano a 2000-2200m s.l.m. indicando un’acidità importante che verrà confermata alla degustazione.

L’olfatto esprime sensazioni fruttate di mora, lampone, prugna, fiori di rosa, viola, spezie piccanti di pepe, rabarbaro, legno di cedro, baccello di vaniglia. Il sorso è fresco e ampio, avvolge il palato nel suadente estratto glicerica e dalla nota alcolica che accompagna tutto il percorso gustativo nella piacevolezza. La struttura è supportata dal tannino che si pone vigoroso.

 

Iscay  Malbec – Cabernet Franc 2015  -Trapiche Winery    ( www.trapiche.com.ar)

70%Malbec– 30%Cabernet Franc –  – 12 mesi barrique e  6 mesi botte grande  da 6000l– Altitudine vigneto: dai 1.300 m.s.l.m. –Bottiglie Prodotte: 15.000- Gradazione alcolica 14.5° vol.

Regione: Uco Valley

L’aspetto visivo mostra un colore rubino intenso e vivace, accompagna un ventaglio olfattivo intrigante e complesso, nonostante prevale la nota dolce di vaniglia, data dall’uso delle botti piccole. Confettura di ciliegia, prugna, intervallate da violetta in pot-pourri, liquirizia, pepe di Sichuan, foglie di tè, rabarbaro, cannella, donano complessità fine e appagante, come la degustazione. Giovane e scalpitante nelle durezze, soprattutto il tannino ancora un po’ irruente consente al sorso di liberarsi nell’aspetto morbido ancora in divenire. Un’evoluzione da seguire

 

Iscay Syrah-  Viognier 2015 – Trapiche Winery   (www.trapiche.com.ar)

97 % Syrah – 3% Viognier – invecchiamento 15 mesi rovere francese – Altitudine vigneto: dai 1.300 m.s.l.m. –Bottiglie Prodotte: 15.000 – Gradazione alcolica 14.5° vol.

Regione: Uco Valley

Rimaniamo nella Uco valley, a Los Arboles a 1300m s.l.m. Un vino internazionale, che si mostra gentile e pacato sia all’aspetto olfattivo che gustativo. Il colore rubino, limpido nelle nuances luminose, anticipano piccoli frutti rossi, pesca nettarina, uva spina, petali di fiori rossi freschi, mentre al palato è scalpitante nella verticalità fresca e sapida. La spina dorsale è sinuosa nell’equilibrio della maturità iniziale del suo stato evolutivo.

 

 

ARMENIA

il monte Ararat

il monte Ararat

La fame comincia a farsi sentire e dobbiamo fare un piccolo spuntino rigenerante…ah, ok, ora possiamo concentrarci ai banchi di assaggio di una regione posta in un altro continente rispetto all’Argentina, dove si narra sia nato il Vino, o perlomeno dove probabilmente è stata scoperta la prima cantina della storia. Parliamo dell’Armenia, (Hayastan, in lingua armena – letteralmente “La Terra di Haik”; Haik era un discendente di Noè e capostipite della popolazione Armena). Piccola Repubblica resasi indipendente dall’URSS dal 1991, con circa 3.000.000 di abitanti, distribuiti su una superficie prevalentemente montuosa di circa 30.000 chilometri quadrati, all’incirca come la Sicilia ma con 2.000.000 di abitanti in meno. Leggenda vuole che gli Armeni discendano dal monte Ararat (5.165 m.s.l.m., in antico chiamato anche Masis, che in lingua armena significa “Luogo di Dio”), montagna sacra dove si arenò l’Arca di Noè (seppur oggi la cima sia stata loro sottratta ed occupata militarmente dalla Turchia). Una popolazione che ha subito negli anni moltissime vessazioni, in particolare dai Turchi, ricordiamo la diaspora accaduta tra il 1915 e 1916 perpetrata dai massacri degli anatolici che sterminarono quasi 2 milioni di persone (come detto ricordiamo che ad oggi gli Armeni sono circa 3.000.000); un genocidio tuttora impunito dalla comunità internazionale. Per tale causa oggi vivono in esilio circa 6.000.000 di Armeni, quasi il doppio di quelli residenti in patria. Per rendersene conto, basta recarsi all’isola di San Lazzaro degli Armeni a Venezia, che dal 1700 ospita uno dei maggiori monasteri e centri di diffusione della cultura e scienza Armena, gestita da secoli dai monaci Mechitaristi, un’importantissima istituzione culturale di questo popolo, che ha ospitato personaggi famosi come l’allievo Lord Byron e nel 1907 l’allora campanaro Iosif Vissarionovič Džugašvili meglio conosciuto come Iosif Stalin. Prima terra Cristiana al mondo già nel 301 d.c. subirà nei secoli svariate oppressioni dagli stati islamici confinanti che la perimetrano totalmente, fino ad arrivare ai giorni nostri in cui le vie commerciali per l’esportazioni sono essenzialmente svolte mediante le rotte aeree, in quanto le vie carrabili transitando in altri stati, risultano di fatto intercluse.

Ma passando alla culla del vino, per alcuni la terra dove nasce il vino è la Tracia in Grecia, per altri la Mesopotamia, ma è probabilmente il Caucaso, nell’attuale Georgia, dove a 30 chilometri da Tbilisi, universalmente vengono riconosciuti i luoghi di vinificazione più antichi mai scoperti, che risalgono a circa 8000 anni fa (prevalentemente legata alla scoperta di vinaccioli entro anfore); questo almeno fino a pochi anni orsono, in quanto nel 2017 sono state rinvenute presso la grotta del Monte Kronio ad Agrigento (Italia) alcune grandi giare in cotto dell’età del rame, contenenti residui di produzione enologica (principalmente acido tartarico e sale di sodio, due residui chimici prodotti dalla  macerazione e vinificazione degli acini dell’uva).

alcuni Karasi interrati in una moderna cantina. sul fondo si notano alcuni piccoli Karasi fuori terra sotto delle cisterne

Ma anche l’Armeni ci stupirà, infatti era il 2011 quando l’archeologo locale Boris Gasparyan esplorò un’antichissima grotta chiamata “la grotta degli uccelli”, nella remota regione montagnosa di Vayots Dzor in Armenia meridionale. In quell’occasione la sua equipe scopre la più antica cantina del mondo, attrezzata con utensili di vinificazione risalenti a oltre 6100 anni fa; ora la grotta è chiamata tecnicamente Areni-1 e si presume che fu principalmente utilizzata come luogo di culto; è composta da diverse sale destinate a rituali sacri che includevano anche l’utilizzo di vino cerimoniale. Sono state ritrovate un gran numero di anfore in argilla cotta seminterrate (denominate karasi in armeno), alcune delle quali contenevano tracce di resti di giovani umani, probabilmente legati a qualche sacrificio rituale. Molto interessante che assieme alle giare funebri, è stata trovata una pressa da uva, utensili di vinificazione e di conservazione del vino. I residui di vinaccioli e raspi trovati nel sito archeologico di Areni-1 confermano che in questo sito avvenne la più antica vinificazione organizzata e conosciuta fino ad oggi. Particolare è anche il ritrovamento in grotta di residui di grano e orzo, probabilmente elementi che gli antichi Armeni utilizzavano per facilitare la fermentazione del mosto. A sostegno di questa teoria si posso leggere anche gli scritti dello storico Ateniese Senafonte, che nel IV a.c. asseriva che nel vino proveniente dall’Armenia “galleggiava orzo e grano”.

Ma avviciniamoci ai tempi nostri, infatti dopo le vicissitudini perpetrate dalla Turchia nel 1915 durante  il dominio sovietico avvenuto dal 1920 fino al 1991, la viticultura armena ha subito una grande battuta d’arresto, in particolare verso l’abbandono di molti vitigni autoctoni, si suppone che ad oggi ne siano rimasti qualche centinaio (si stimano circa 400 varietà, molte per un territorio così minuto, probabilmente  la massiccia diffusione è stata opera degli antichi Re Armeni particolarmente attenti a costruire chiese e piantumare vigneti), a favore di nuovi incroci molto produttivi e più idonei a vini a basso costo ed alla distillazioni di Brandy; dal 1948 fino al 1985, la produzione di vino di bassa qualità in Armenia è aumentata nove volte, ma quella di Brandy è stata fino a diciassette volte superiore. Durante il regime sovietico, la maggior parte delle uve venivano destinate alla produzione del brandy, che si affermò come il prodotto-simbolo del Paese (30% dell’intera produzione dell’URSS). La storia dei questo distillato d’uva armeno ha lontane origini, infatti nel 1887 il commerciante Nerses Tairov, con l’aiuto di suo cugino Vasily Tairov, fonda la prima azienda in Armenia per produzione di vino e relativo distillato, successivamente venduta e chiamata Shustov and son dal nome del nuovo proprietario Nikolay Shustov.

Spesso sentirete chiamare il Brandy armeno anche Cognac, infatti durante l’Esposizione Internazionale di Parigi del 1900, il distillato armeno di Shustov ricevette il Grand Prix e il diritto legale di essere chiamato “Cognac”, a seguito di una degustazione alla cieca.
Il Brandy armeno etichettato anche come Kanyak, è considerato tra i migliori al mondo, e viene preparato con acqua di sorgente e   uve selezione principalmente della piana dell’Ararat. Un simpatico aneddoto rammenta che durante la conferenza di Yalta (4/02/1945 – 11/02/1945 dove presso Livadija, in Crimea i tre capi di governo dei maggiori stati alleati stabilirono il futuro della seconda guerra mondiale…e non solo… infatti istituirono anche le basi per la nascita dell’ONU), Iosif Stalin offrì Brandy armeno a Winston Churchill che ne fu talmente colpito da richiederne diverse casse ogni anno. Il Brandy armeno può essere prodotto solo da un elenco prescritto di varietà autoctone come Voskehat, Garan Dmak, Mskhali e Kangun, oltre alla varietà georgiana Rkatsiteli.

Degno di nota è precisare che durante il periodo sovietico, dagli anni trenta agli anni settanta, il regime sviluppo anche la produzione di un vino liquoroso molto simile allo Sherry spagnolo, nelle regioni della Moldavia, Crimea, Kazakistan, ed in particolare in Armenia. Tale scelta governativa è stata suggerita dalla ricerca avvenuta nel 1931 dai due maggiori esperti di enologia sovietici Prostoserdov e Afrikyan, che scoprirono nel vino contenuto all’interno dei karasi (giare di argilla armena) non ermeticamente sigillati, si presentava una formazione pellicolare superficiale, costituita da lievito Saccharomyces cheresiensis armeniensis simile a quello trovato nei vini spagnoli. Lo “sherry” armeno è principalmente composto dai vitigni Voskehat (Kharji) e Chilar.

La caduta del regime sovietico e la privatizzazione delle terre, una volta proprietà d’immense cooperative statali, ha prodotto inizialmente grandissimi problemi; infatti si calcola che tra il 1991 e il 1996, dei 36.000 ettari di vigneti preesistenti ne siano rimasti coltivati circa 8.000.  Così nel 1997 grazie ad alcuni viticultori è stata fondata l’Unione dei Produttori di Vino d’Armenia, promuovendo la differenziazione dei vini secondo il territorio e favorendo il reimpianto di vitigni autoctoni regionali.

Ma negli ultimi dieci anni, con l’evolversi del mondo enologico, si è attualizzata anche la viticoltura armena, nel rispetto delle proprie origini, spesso ritornando all’uso dei Karasi (giare in cotto di varie misure che possono contenere dai 200 ai 1200 litri) e al reimpianto dei vitigni autoctoni con forme di allevamento più moderne, e conseguentemente dando maggior importanza alla qualità che alla quantità. A questo si associ la presenza di capitali esteri reinvestiti nelle aziende vitivinicole, spesso provenienti da Armeni residenti all’estero, che utilizzando principalmente enologi Italiani o francesi, che se da un lato hanno valorizzato il patrimonio enologico locale, dall’altro sempre più  spesso operano a gusti internazionali per l’esportazione, mediante l’impianto di nuovi vitigni internazionali a prevalenza varietale francese.

Oggi secondo la Fondazione Vine & Wine dell’Armenia le aziende complessivamente producono circa 10.000.000 di ettolitri (erano 7,5 mil. nel 2016) di cui tre milioni destinati all’esportazione; hanno catalogato circa quattrocento varietà di uve diverse di cui solo una trentina (31) vocate alla produzione di vino. Il 60 percento della produzione di uva proviene dalle regioni di Armavir, Ararat e Vayots Dzor, mentre il 70 percento dei vigneti è coltivato a bacca bianca (in particolare per la produzione di Brandy che utilizza circa il 60% di uve di tutta l’Armenia).

Particolare che in Armenia non è mai arrivata la Filossera della Vite (Daktulosphaira vitifoliae), e quindi i vitigni sono piantati a piede franco (non su radici di viti americane) beneficiando integralmente del proprio patrimonio genetico.

Le tipologie di vitigno più coltivate sono per i vini rossi: Areni noir (nome della località), Madrasa, Karmrahyut, Kakhet, Megharbuyr, Tigrani (Areni noir per Saperavi), Saperavi, Khndoghni (anche denominato Sireni) ed internazionali come Pinot Nero, Montepulciano, Cabernet Franc,, Cabernet Sauvignon, Merlot, Syrah, Marlbec o Cot, Tannat, Petit Verdot, mentre per i vini bianchi Voskehat (conosciuto anche come kharji,  che significa “uva d’oro”, da voski e hat, cioè “oro” e “uva”), Kangun, Rkatsiteli, Chilar, Garan Dmak, Mskhali, Lalvari, Ararati, Arevar, Burastani, Sateni ed internazionali  Pinot Bianco, Aligoté,  Chardonnay, Colombard, Folle Blanche , Viognier. Tra le uve bianche viene utilizzato principalente il  Chilar per i vini da  dessert ed il  Lalvari per gli  spumanti mentre il Voskehat viene anche apprezzato per i vini passiti con vari livelli di dolcezza.

I due vitigni di riferimento nazionale sono per i rossi l’Areni noir con sentori che ricordano una via di mezzo tra il Pinot Noir ed il Sangiovese di Romagna: eleganza, gusto complesso, fresco, tannini non invasivi, colore scarso ma gran potenziale d’invecchiamento, e il bianco Voskehat, considerato vicino allo Chardonnay francese, morbido, di medio corpo, con note floreali, sapide, di frutta tropicale e con finale di nocciola tostata; è adatto sia per vini di struttura sia per i vini dolci anche passiti.

 

CLIMA E TERRITORIO

Un territorio molto vario, prevalentemente montuoso dove le vigne sono allevate su altipiani tra i 1400 e i 1800 metri s.l.m. (il suo punto più basso è posto a ben 500 metri s.m.l). Il clima è principalmente di tipo continentale, con estati molto calde e inverni abbastanza rigidi (in quanto sussiste la protezione della catena del Caucaso). Ma troviamo anche differenze microclimatiche notevoli, che vanno dalle foreste tropicali degli estremi settentrionali e meridionali fino alle steppe o tundre. L’Armenia è posta principalmente in suolo vulcanico, quindi sismica, ricca di canyon, fonti termali e soffioni di gas e vapore. Le temperature medie sono intorno a –5°C in gennaio e 22/30°C in luglio, mentre le piogge vanno dai 200 ai 500 mm l’anno.

 

ZONE VINICOLE DELL’ARMENIA

Seppur non è una grande regione in termini di superficie complessiva, l’Armenia avendo climi e suoli diversi, è ricca anche di zone vinicole ben diversificate, di cui le principale che v’illustreremo sono in particolare le Provincie di Vayots Dzor, Aragatsotn, Armavir, Ararat, Kotayk, Yerevan e la discussa e controversa Provincia di Artsakh o Repubblica di Artsakh o Repubblica del Nagorno Karabakh.

 Provincia di Vayots Dzor

La Provincia di Vayots Dzor è una delle più antiche regioni che producono vino nel Caucaso, cuore della viticultura armena, posta a sud del paese, ed in particolare dalla regione di Areni dove si trova il complesso di grotte Areni-1(scoperta della più antica cantina del mondo) e da cui ha origine il vino Areni o Areni noir.

La gran parte dei vigneti vengono coltivati a 1200-1400 metri di altezza; quota, terreni vulcanici e clima che conferiscono alle uve un’inconfondibile profilo verticale e minerale, in particolare per le principali uve da vino coltivate nella regione come l’Areni noir per i rossi e il Voskehat per i bianchi. Importanti anche i “vini” fruttati a base melograno denominati Matevosyan Pomegarnate Vino (in Armenia è consentito denominare vino anche tali bevande fruttate). Vayots Dzor comprende il maggior numero di cantine armene e ospita l’annuale festa del vino Areni ormai dal 2009.

 

Provincia Aragatsotn

Provincia ove si trovano i principali vigneti a sud delle Aragats nelle montagne e nelle vicinanze di Arteni. Si sono scoperete molte karase risalente al VII ° secolo nei pressi della chiesa Surp Hovhannes vicina al villaggio di Voskevaz, paese che vanta storia di antica vinificazione. Oggi troviamo anche una realtà vitivinicola molto recente, con molte aziende che hanno aperto negli ultimi 10-15 anni, principalmente con vino rosso a base di Areni Noir e bianchi a base di Karmrahyut. Interessante per il territorio anche la produzione di “Armenia Champagne” (tale nomenclatura utilizzata anche in etichetta non sappiamo se sia regolarizzata dal diritto internazionale) e Brandy.

 

Provincia Ararat

Il vino presente nella Provincia di Ararat è principalmente prodotto dai vigneti della pianura di Arara, ai piedi delle cosi dette “cime gemelle del Monte Ararat” oggi in Turchia (luogo dove la leggenda narra che si areno l’arca di Noè). In questa regione troviamo le aziende più antiche del territorio, alcune attive ininterrottamente da inizio secolo scorso, mediamente di grandi dimensioni, infatti molte utilizzano il vino per la produzione di “Brandy Armeno”, oltre alla commercializzazione di vino principalmente Areni Noir e Saperavi, Kagor, Muscat.

Importante anche la produzione di vodka e vodka di frutta.

 

Provincia Armavir

La provincia di Armavir è la regione più produttiva di vino in Armenia, oltre anche a produrre importanti quantità di Brandy. Il vino prodotto in Armavir è principalmente dai vigneti della pianura di Ararat.  L’antica città di Argishtikhinili storicamente fu un importante centro per la produzione enologica, infatti all’interno delle fortificazioni della città antica risalente al 8 ° secolo a.c. sono state reperite grandi aree di stoccaggio per il vino ed i cereali. Posta a ovest, ai confini con la Turchia, gran parte di questo arido e roccioso terreno, con temperature che da luglio ad agosto sfiorano i 50° C senza piogge, è irrigato da canali di cemento a celo aperto e diviso da muri in pietra a secco. Ma i terreni vulcanici tra Aragats e le vicine montagne dell’Ararat danno una buona struttura ai vini.  Particolarmente coltivati in questa regione sono i vitigni internazionali ed in particolare a bacca bianca troviamo Chardonnay, Colombard, Chenin Blanc (Sauvignon blanc x Trousseau) e Viognier, mentre tra i rossi Syrah, Malbech (Cot), Cabernet Franc, Tannat, Petit Verdot, Montepulciano.  Tra i vitigni autoctoni principali a bacca rossa troviamo Areni noir, Khndogni e Kakhet, mentre quelli a bacca bianca includono Voskehat, Kangun, Khatun e Qrditchakat. Molto importante per la regione la produzione di “vino di melagrano”, bevanda ottenuta dalla fermentazione controllata dei chicchi di melagrana disponibile semi-secco o più abboccato, con una gradazione alcolica di circa 11.5° alcolici. Viene prodotto in Israele ma anche in Sicilia con il nome locale di Sciaddè (il nome deriva probabilmente da una bevanda bevuta dagli antichi egizi e chiamata Shedeh). L’utilizzo è riservato generalmente alle insalate, formaggi o frutta fresca. Si può trovare anche un vero e proprio vino fruttato a base vino e melagrana fermentata. (in Armenia è consentito denominare vino anche tali bevande fruttate).

 

Provincia di Kotayk’ –

Le zone vitivinicole principali sono poste prevalentemente ai confini dell’Armavir, Ararat e Yerevan, normalmente grandi aziende che producono uve da vino ma in particolare varietà adatte alla distillazione della vasta gamma di Brandy “Cognac Armeni” che si commercializzano in regione e all’estero. Importante anche la produzione di vodka, specialmente fruttate. Si ritiene che da questa Provincia si sia poi diffusa la pianta di albicocca, infatti alcuni archeologi locali hanno trovato noccioli del frutto risalenti a 4.000 a.c..

 

 Provincia Yerevan

La più piccola Provincia Armena, coincidente con il territorio della capitale Armena da cui prende il nome. Lo studio di antichi scavi effettuati tra 1800 e il 1900  analizzati successivamente  dall’equipe dello studioso accademico Michail Borisovič Pyatrovski, hanno confermato che nella zona della moderna Yerevan (nominata anche Erevan) si vinificava e produceva vino già nel IX secolo a c. Particolari ritrovamenti vicino alla città di Yerevan durante gli scavi nei più antichi insediamenti di Erebuni, in particolare nel sito Karmir Blur entro la Fortezza di Erebuni ( 782 a.c.), gli archeologi hanno trovato 10 stanze adibite a cantine in cui erano presenti oltre 200 karase ben conservate. Questa piccola Provincia è importante in particolare anche per la produzione di “Champagne armena(tale nomenclatura utilizzata anche in etichetta non sappiamo se sia regolarizzata dal diritto internazionale) in particolare da uve Rkatsiteli (nella versione secca, dolce ed anche rosso) con aziende che già negli anni 50 dell’epoca sovietica producevano questo metodo classico, allora commercializzato specialmente negli stati satelliti dell’Urss e nelle grandi città sovietiche. Zona famosa, come il resto dell’Armenia per i “vini fruttati” con fragola, ciliegia, ribes, melograno, albicocca, ecc, (normalmente base vino con aggiunta della liquido finale prodotto dalla fermentazione della frutta), prodotti particolarmente apprezzati dai locali. (in Armenia è consentito denominare vino anche tali bevande fruttate).

la porzione in tratteggio verde rappresenta geograficamente la Repubblica del Nagorno Karabakh

Provincia di Artsakh o repubblica di Artsakh o Repubblica del Nagorno Karabakh

 Inseriamo anche questa regione, compresa tra l’Armenia e l’Azerbaigian, che oggi risulta come stato (indipendente) non riconosciuto a livello internazionale. Tale situazione creatasi dall’enclave armena in territorio azero, con conseguente conflitto per l’indipendenza del Nagorno-Karabach,– situazione creata artificiosamente in epoca staliniana – fu rivendicata dalla popolazione dopo la dissoluzione dell’URSS nel dicembre 1991. Tale conflitto che ha coinvolto gli armeni di questa regione e gli Azeri si è concluso con un cessate il fuoco nel maggio 1994 ed una autoproclamazione della Repubblica Indipendente del Nagorno-Karabach, ad oggi non ancora riconosciuta a livello internazionale.

Chiamata anche Artsakh è considerata la decima Provincia dello storico Regno di Armenia ed oggi è suddivisa in otto provincie distinte di cui una è proprio Artsakh; questa provincia meridionale, con un terreno particolarmente fertile, posto mediamente ad 800 m.s.l.m è nota per la vinificazione fin dai tempi antichi, in particolare per il vitigno Sireni o Khndoghni ( nome che deriva dalla parola armena “khind”, che significa risate) quest’ultimo vitigno a bacca rossa che ha origine proprio in questa “Repubblica/Provincia”, viene spesso vinificato in purezza ed invecchiato in botti di rovere del Caucaso che provengono dalla stessa area.

Ma ora addentriamoci nel mondo delle degustazioni….

 

Trinity 6100 Areni noir 2018 – Trinity Canyon Vineyards   (www. trinitycv.com)

Vayots Dor

100% Areni noir – invecchiamento 6 mesi botti del Caucaso-  Gradazione alcolica 14,5°

Vino Organico Certificato

Siamo molto incuriositi dal primo vino della batteria a base di Areni noir, le cui uve sono state coltivate nella regione Vayots Dor. Il colore rubino, mostra riflessi purpurei, ci chiediamo se è la tipicità o la giovinezza del vino. Al naso, il sottobosco autunnale, i suoi frutti, fiori ed erbe selvatiche appaiono in prima fila; la percezione dell’uso del legno calca la scena nel finale, sino al palato che si rivela con una personalità che non conosciamo.  Accompagnano il calice alla bocca, l’ingresso si pone verticale ma allo stesso tempo ricco di estratto, quasi voluminoso. La freschezza, supportata dalla sapidità, si pone al cospetto della morbidezza alcolica che accarezza le guance, nonostante il tannino richiama l’attenzione nella sua spigolosità immatura. Il percorso gustativo si pone di media lunghezza, dai ricordi fruttati.

 

Réserve Areni 2017 – Van Ardi Winery 

Aragatsotn

100% Areni noir – invecchiamento una parte in botti di rovere francese e botti armene del caucaso

Ci troviamo nelle regione di Aragatsotn dove approfondiamo la conoscenza dell’Areni noir, dalla buccia molto spessa, adatto alle forti escursioni termiche della regione che in estate durante il giorno sfiorano i 40° e la notte scendono a 20°.

L’aspetto visivo anticipa il carattere del vitigno nella sua compattezza estrattiva dal colore rubino intenso. La consistenza è una danza arabesca, a tratti ferma, a tratti batte il ritmo. I profumi sono tinti di colori scuri, frutti di bosco, ribes, mirtillo, mora di rovo, fiori blu di iris siberiana, iris germanica, mentre la note tostate si colorano di tabacco. L’ingresso al palato è secco e deciso, la freschezza e la sapidità rafforzano l’astringenza del tannino che si pone nobile ed elegante, il frutto riempie l’estratto nella suadenza dell’alcol, rendendo il vino di buona struttura. Termina con discrezione, lasciando nel finale sensazioni di mora di rovo.

 

Areni noir Reserve 2017- Old Bridge Winery     (www.oldbridgewinery.com)

Vayots Dzor

100% Areni noir – invecchiamento 18 mesi botti armene del Caucaso da 350l . Gradazione alcolica 14°

La Valle dell’Arpa nella regione di Vayots Dzor si trova a 1200-1250 m s.l.m. su un terreno di sabbia, limo, argilla. Le vigne giovani vengono vendemmiate a fine ottobre.

Il colore rubino pieno, ci mostra archetti di media grandezza che formano lacrime che cadono lente, mentre la vivacità enfatizza uno stato evolutivo ancora in fase crescente. Il naso presenta frutti scuri, ciliegia di Vignola, spezie piccanti di cardamomo, pepe verde, rabarbaro. Al sorso si pone equilibrato, nonostante le durezze si fanno notare. La salivazione rinfrescante dell’acidità coinvolge la sapidità minerale del terreno; il tannino dona sensazioni vegetali, il tutto contrastato dalla parte alcolica ben integrata e una morbidezza fruttata che persiste per diversi secondi e fluttua sino alla deglutizione. Interessante la scoperta di questo vitigno autoctono in questa regione.

 

i vini armeni degustati

Alluria The special 2018 – Alluria Wine  ( www.hereswine.com)

Repubblica del Nagorno Karabakh

100% Khndoghni (o Sireni) – invecchiamento acciaio – bottiglie prodotte 250

Khndoghni è un vitigno autoctono sino a oggi, per noi sconosciuto, proveniente da Artsakh (Repubblica del Nagorno Karabakh). Prodotto solamente in 250 bottiglie, prende vita nel 2017 da un terreno sabbioso e argilloso in un lima caldo, con metodi sostenibili e fermentazioni spontanee, senza solfiti aggiunti.

Una selezione dal colore rubino molto intenso, all’olfazione è preciso nel porsi fruttato con ricordi di mora di rovo, ribes nero, gelso, durone di Vignola, profumi che evolvono alla bocca, rivelando un tannino ancora squilibrato. La sensazione morbida cerca di portare equilibrio, nonostante sia già pronto da bere.

 

MAROCCO

 

Il fascino di scoprire culture nuove, gente fiera dal carattere forte, assaporare il mare, il sole che riscalda i loro frutti dolci e succosi, svelando una tipicità marcata, a volte rude, a volte dipinta come  i ricchi tessuti colorati estratti delle erbe e venduti nei mercatini  che invadono le  strade, ci addentriamo in una delle culle della civiltà dei paesi arabi bagnati dal Mare Nostrum: il Marocco.

Paese arabo-berbero situato nel Maghreb, a nord-ovest dell’Africa, stato dai confini e climi molto variegati, infatti a nord si affaccia sul mar Mediterraneo, sull’Oceano Atlantico a ovest, con l’Algeria ad est, e a sud con il gran deserto del Sahara.

vigneti ai piedi della catena dell'atlante

vigneti ai piedi della catena dell’Atlante

Il nome deriva da l-Mamlaka al-Maghribiyya, ovvero “Regno magrebbino” toponimo di Marrakech, capitale e città imperiale tra il 1062 e il 1273 (oggi la capitale è Arabat).  Abitato fin dalla preistoria dai Berberi (in arabo barbar vuole dire anche “barbaro” ma per definirsi preferiscono usare il termine berbero Amaziy al plurale Imaziɣen, “uomini liberi”), è stato colonizzato da numerosi popoli come Fenici, Cartaginesi, Romani, Vandali, Bizantini, Arabi,  Portoghesi, Spagnoli e infine dai Francesi nel 1911.

La viticultura ha origini molto antiche, che risalgono ai tempi dei Romani, testimonianza di una terra produttrice di vino fin dall’antichità. Le viti migliori erano coltivate nella città di Volubis, località berbera sulle rive del fiume Oued  Khoumane, oggi nei pressi della città di Meknès;  il nettare prodotto fu apprezzato sino al 285 d.C. quando diventò una città indipendente, di impronta latina e berbera. Nel 789 d.C. l’arrivo degli arabi mussulmani, con una nuova cultura, una religione più rigida ed una politica diversa che vietava totalmente la produzione vinicola, cambiarono improvvisamente usi e costumi, e questo fino alla fine del 1800 e alla successiva dominazione francese, avvenuta dal 1911 sino al 1956, anno d’indipendenza del Marocco.

Durante la crisi della Fillossera in Europa (periodo antecedente la fine del 1800, quando i vigneti europei erano ancora a piede franco –non innestati su vite americana- e furono sterminati dalla “pandemia” dell’afide nord-americano Filossera della Vite (Daktulosphaira vitifoliae), che non colpì il Marocco -anche oggi molte viti in Marocco sono a piede franco cioè non innestate su radici di viti Americane resistenti al temibile Fitofago), il commercio dei vini locali iniziò un periodo florido, soprattutto verso il mercato della Francia del sud, con i mosti che venivano esportati in cisterne e utilizzati per correggere il colore e aumentare il grado alcolico dei  vini dei cugini d’oltralpe, apportando al tempo stesso un’immagine mediocre di qualità. A metà anni quaranta del secolo scorso esistevano circa 80.000 ettari piantumati a vitigni da vino, poi ridotti a 65.000 ettari negli anni cinquanta con una produzione attestata a circa 3 milioni di ettolitri di vino all’anno.

Un commercio fiorente che durò sino al 25-03-1957 quando il Trattato di Roma proibì il taglio dei vini CEE con vini esteri, di fatto annullando per il Marocco tutti i mercati esteri europei, ad eccezione di quello con la Francia che durò in forma ridotta mediante apposite licenze comunitarie in deroga fino al 1970. Da qui il periodo delle famose “Pinardier”, apposite navi cisterna che caricavano vino sfuso per i mercati francesi ed europei, terminò. Il Marocco cadde così in una profonda crisi vitivinicola, portando ad importanti sovrapproduzioni causate anche da uno stile basato sulla quantità e non sulla qualità, costringendo gli agricoltori ad estirpare moltissimi vigneti sostituendoli con altre colture allora più redditizie; addirittura alcune importanti cantine private furono nazionalizzate con la creazione nel 1972 del SODEA (Sociétè de Développement Agricole), ed altre chiusero. Seppur ancora oggi esistente il SODEA si è dimostrato un’Ente non molto efficiente, molto burocratico che in tali occasioni chiudeva coltivazioni e produzioni.  Nel 1979 avvenne una prima ripresa, in quanto il nuovo sultano islamico Hassan II ricreò dei rapporti commerciali con la Francia, in particolare con il sindaco Jacquet Chaban-Delmas ed alcuni tenutari di Bordeaux suoi conoscenti, portando nella propria terra importanti investimenti vitivinicoli stranieri ed in particolare francesi della costa atlantica, e promuovendo conseguentemente nuove legislazioni specifiche per cominciare a valorizzare la qualità a discapito della quantità. Interessante precisare, che come spesso accade nei paesi mussulmani, la terra non verrà venduta agli stranieri, ma verrà ceduta in affitto dallo stato per periodi di 30 anni rinnovabili. Ma come sempre, con il tempo, dopo periodi di alti e bassi, dai primi anni ‘90 la produzione di vino nei paesi arabi come l’Algeria, l’Egitto, la Tunisia e il Marocco, ha intrapreso un percorso di crescita qualitativo con occhio alla modernità e gusto internazionale, grazie a nuovi investimenti di grandi aziende di paesi esteri ed in particolare sempre da parte dei produttori di Bordeaux, seppur ad oggi tali vini restino ancora poco conosciuti e apprezzati nel mondo.

In Marocco, attualmente gli ettari vitati sono circa 48.000 con una produzione di 400.000 hl e circa 40 milioni di bottiglie all’anno, portandolo a essere il secondo produttore ed esportatore vinicolo del continente africano, dopo l’Algeria.

Dal 2000, il Marocco è membro dell’Organizzazione Internazionale della Vite e del Vino, ed ha avviato importanti studi e ricerche sulla produzione di vino nel paese. Nel 2008, il Ministero dell’Agricoltura del Marocco ha autorizzato per la prima volta un’azienda vinicola a utilizzare la menzione “Chateau”, Chateau Roslane dell’AOC “Les Coteaux de l’Atlas”, uno slancio ulteriore per fare conoscere al mercato mondiale i vini del Marocco.

Le esportazioni avvengono essenzialmente in Europa, soprattutto Francia, Inghilterra (The Wine Society, la più antica società commerciale di vini inglese, risalente al 17°sec., acquista vino marocchino per rivenderlo sul mercato inglese. Alcuni rari vini marocchini sono presenti anche nella carta vini dell’Hotel Ritz di Londra); e nel mondo, come in Cina.

Chateaux Roslane

Nonostante la legge islamica e il precetto del Corano, vietano la vendita di alcolici ai mussulmani, lo stato risulta abbastanza tollerante; si stima che il vino abbia un consumo interno pari a circa l’85%, mentre il rimanente viene esportato principalmente in Europa, ed in particolare in Francia.  Infatti il Marocco è il principale paese, tra i Paesi Arabi, in cui non vige l’obbligo integralista della proibizione degli alcolici. La legge non ne vieta tassativamente la produzione e commercio, infatti alcuni negozi e ristoranti dispongono di una licenza particolare che consente la vendita di alcoolici teoricamente con indirizzo prevalente verso turisti e visitatori. I locali possono bere alcolici solamente nella discrezione e all’interno dell’ambiente domestico.

Il nuovo governo di Abdel-Ilah Benkiran, leader del partito islamista “Giustizia e sviluppo”, dal 2011, ha creato un altro clima politico molto meno favorevole al consumo di vino da parte dei  marocchini, aumentando sensibilmente la tassazione sulle bevande alcoliche, vino compreso.  Ad oggi il patrimonio Vitivinicolo del Marocco è gestito principalmente da due grandi Holding, come il gruppo di Brahim Zniber, “Diana Holding”, che controlla le cantine “Celliers de Meknès”, “les Celliers du Ghrab” e l’ex tenuta “Thalvin di Ouleb Thaleb”, con quasi  il 75% della produzione marocchina, il gruppo Castel, via CMAR (Les Cépages Marocains Réunis), una fusione di “Cépages de Meknès” e “Cépages de Boulaouane”  che rappresenta poco più del 20% della produzione totale, mentre altre aree piccole realtà locali come Zouina, Fattoria rossa, Baccari, Val d’Argan, Due aree, ecc., rappresentano poco più del 5% della produzione.Oggi i produttori sono riuniti in un’associazione denominata ASPRAM (Associazione dei produttori di uva dal Marocco), che difende gli interessi del settore, promuovendo rapporti con lo stato e la conversione di molti vecchi vigneti a più moderne tecniche di allevamento, nuove varietà internazionali (prevalentemente francesi) vocate alla qualità ed esportazione.

 

CLIMA E TERRITORIO

Il Marocco è caratterizzato principalmente da due tipologie climatiche, quella mediterranea lungo la costa, con estati calde ed inverni miti, e le condizioni climatiche estreme, dovute al forte vento del deserto del Sahara che soffia secco nel periodo estivo a temperature particolarmente elevate, foriere di grandi periodi di siccità, condizionano la viticultura, orientata soprattutto alla coltivazione di vitigni a bacca nera, con una produzione maggiore di vini rossi dall’apporto alcolico di 12-15° vol. spesso affinati in legno. Zone leggermente più fresche e meno bisognose di grandi investimenti per l’irrigazione meccanica, sono le terre bagnate dall’Atlantico e quelle alle quote più elevate della catena dell’Atlante. I vini bianchi, poveri di acidità tendono a invecchiare precocemente, con caratteri ossidativi piuttosto importanti.

Una curiosità che rende interessante questo territorio, sono i vini rosati definiti popolarmente “GRIGI”, dal colore chiaretto molto tenue tendente al cenerino, secchi e fruttati (fra i quali sono noti quelli di Boulaoume e di El-Jadida), considerati, per questa categoria, tra i migliori al mondo.

 

VITIGNI

Subendo una grande influenza di regime islamico molto integralista fin dal 789 d.c. con il divieto di produzione di vini, purtroppo il patrimonio vitivinicolo Marocchino non presenta vere e proprie varietà autoctone da vino, ma prevalentemente vitigni francesi, legati alla colonizzazione iniziata ai primi del secolo scorso. La viticoltura negli ultimi anni è molto cambiata, in parerticolare si espiantano vecchi vigneti, in particolate di Cinsault e Alicante Buschet per piantarenuove varietà internazionali come il Cabernet Sauvignon, Merlot, Syrah.

Principalmente troviamo:

A bacca nera: Cinsault (il più coltivato-denominato in Italia Ottavianello), Carignan, Alicante Buschet (Petit Bouschet x Grenache- in spagna denominato Garnacha Tintorera), Mourvèdre (anche denominato in catalogna Mataró o in Francia anche Monastrell), Grenache, Cabernet Sauvignon, Merlot, Syrah, Tempranillo e non francesi come Farhana, Hasseroum,  Zerkhoun.

Si precisa che il Cinsault e il Carignan da soli costituiscono circa il 60% dei vigneti del Marocco; seppur fino a circa 5 anni orsono il Cinsault era il primo vitigno del Marocco con il 40-45%, ad oggi visti gli ottimi risultati ed i cambiamenti climatici, si predilige la piantumazione di nuovi vigneti di Carignan.

A bacca bianca: Clairett, Muscat, Maccabeo, Pedro Jimenez, Granache blanc, El-Biod, Chardonnay, Sauvignon Blanc e non francesi come  Rafsai.

 

LEGISLAZIONE

Per non annoiare il lettore, citiamo solamente le più importanti normative di riferimento legiferate e riguardanti il mondo vitivinicolo marocchino:

Istituzione delimitazioni delle aree geografiche dei vigneti 07 Agosto 1934.

-Istituzione del SODEA (Sociétè de Développement Agricole) 1972. Organo Statale Istituito per la gestione e sviluppare il patrimonio vitivinicolo nazionale, compresa la partecipazione azionaria e di gestione iniziale di una ventina di grandi cantine, ad oggi divenute 6 per problemi finanziari dell’ente, con partecipazioni azionarie che vanno dal 99,50% al 33%. Purtroppo la proposta allo stato del medesimo organismo, probabilmente influenzato da situazioni esterne, di elevare smisuratamente la tassazione del vino a fine anni settanta, ha portato la coltivazione della vite da 48.000 a 10.500 ettari.

-Il regime delle denominazioni d’origine è regolato dal Decreto del 12 agosto 1977 che ne

regola la vinificazione, la conservazione, la circolazione e il commercio dei vini;

– Ordine del Ministro dell’Agricoltura e della Riforma Agraria del 15 agosto 1977

regola il regime delle Appellation d’Origine des Vins;

– Mentre il Decreto dell’8 agosto 1998

regola le  condizioni generali di produzione dei vini dell’Appellation d‘Origine Contrȏlée (AOC).

Il Marocco vanta alcune denominazioni Appellation d’Origine che rappresentano la produzione di vino proveniente da aree geografiche delimitate.

 

REGIONI VITIVINICOLE

Il Marocco è suddiviso in cinque regioni vitivinicole principali, a loro volta articolate in 14 aree denominate “Appellation d’Origine Garantie” (AOG) e tre “Appellation d’Origine Controlée” (AOC)

La classificazione si può considerare così suddivisa:

 

5 Regioni vitivinicole

Regione Meknès/Fes, Pianura del nord, Regione Rabat/Casablanca, Regione El-Jadida, Est.

14  AOG -Appellations d’Origine Garantie  (corrispondente  alla Igt italiana ):

Partendo da Nord Est

approvato. Le cinque regioni del vino, e le loro denominazioni associate, sono:

  • L’Est
    • Beni Sadden AOG
    • Berkane        AOG
    • Angad          AOG

 

  • Meknés/Fés Regione:
    • Guerrouane  AOG
    • Beni M’Tir   AOG
    • Sais             AOG
    • Zerhoun      AOG
    • Coteaux de l’Atlas                  AOC 1er Cru
    • Cremant de l’Atlas                 AOC
    • Les Côtes de Rommani          AOC

 

  • La pianura del Nord
    • Gharb (Rharb)AOG

 

  • Rabat/Casablanca Regione
    • Chellah           AOG
    • Zemmour        AOG
    • Zaër                AOG
    • Zenatta           AOG
    • Sahel              AOG

 

  • El Jadida Regione
    • Doukkala        AOG

                                                             

3  AOC – Appelations d’Origine Controlée  (corrispondente  alla DOC italiana ):

I criteri di assegnazione della denominazione sono più restrittivi dell’Appellations d’Origine Garantie (AOG) ed ad oggi risultano essenzialmente tre, ed in dettaglio:

 

  • Les Coteaux de l’Atlas” – vino tranquillo/fermo (decreto dell’8 ottobre 1998)

I vigneti devono essere iscritti all’AOG; le mappe devono essere precisate in tutti i dettagli;

i vitigni, devono essere quelli autorizzati dal disciplinare; le norme di vinificazione, la tecnologia usata , i vini prodotti sono sottoposti a sistematici controlli) – regione del Meknès

 

  • Cremant de l’Atlas” – vino spumante/metodo classico (decreto del 12 febbraio 2009)

 

  • Les Côtes de Rommani “ –  vino tranquillo/fermo ( decreto  del 4 febbraio 2014)

Viene specificata la delimitazione dell’area geografica, ma anche i criteri per ottenere la designazione, tra cui: sono autorizzate solo 16 varietà di uve; la resa non deve superare i 60hl per ettaro di vite. Sono controllati anche il contenuto di zuccheri e il tenore di alcol.

Per ogni campagna vitivinicola sono previste tre sessioni per l’attribuzione delle etichette a Denominazione d’Origine, in conformità con le normative vigenti:

“Primeur”: ottobre-novembre

“Eccezionale”: dicembre-gennaio (questa sessione è impegnata solo su richiesta motivata della professione ASPRAM (Association des Prodecteurs de raisin du Maroc)

“Stagione completa”: marzo-aprile, che consente ai viticoltori e ai produttori di vino di presentare i vini che hanno lasciato nell’ambito di questa campagna e che ritengono opportuno rivendicare la denominazione d’origine.

Ed ora via alle Degustazioni…………….

Carignan du Maroc 2018-  Aog Guerrouane  – Zayane

100% Carignano (viti piantate nel 1942) – fermentazione in barriques francesi da 500l con  lieviti indigeni

Nel 1930, le principali varietà aziendali piantate sui suoli sabbiosi, sono Carignan, Cinsault e Grenache.

Davanti al calice, il nostro pensiero scorre al Carignano spagnolo, il confronto non sembra essere molto diverso, a partire dal colore rubino con riflessi violacei. Al naso, i profumi tostati ci confermano l’utilizzo del legno, moderato nell’aspetto morbido del tabacco, dolce nella confettura di frutta di amarena, piccante nel cardamomo, balsamico nel finale. Aspetti che invitano il degustatore a scoprire la realtà gustativa che racconta di un vino piacevole, dinamico, voluminoso nel suo estratto ricco di frutti e cacao, tannino moderato.  Un vino dal gusto internazionale, fatto di piacere e di bei ricordi.

 

Chateau Roslane -Premier Cru – Aoc les Coteaux de l’Atlas 2017 – Celliers de Meknés

Cabernet Sauvignon – Merlot – Syrah – 8 mesi in fusti di legno francesi di Allier e Troncais – 18 mesi in bottiglia

 

Il primo e unico vino classificato “Premier Cru” della denominazione “Coteaux de l’Atlas”. L’azienda è la più grande produttrice dei vini del Marocco, grazie al suo fondatore Brahim Zniber, che nel 1956 ha iniziato a promuovere il territorio. Prodotto ad un’altitudine tra i 580- 770 m s.l.m, a 120 km da Rabat, ai piedi della catena dell’Atlante nella Provincia di Meknés/Féz, per il clima, l’altitudine ed il terreno, il vitigno cresce in una delle zone più vocate del Marocco per la produzione vinicola.

Il connubio delle   uve dona un colore rubino intenso, luminoso, armonico nei vari riflessi cremesi. I profumi dei tre vitigni si divertono con il degustatore nel proporsi uno a uno, giocando a nascondino. Marasca, mora di rovo, spezie vanigliate, lampone, legno di cedro, pepe nero, mirtilli, cacao, tabacco biondo, sino a incuriosire l’assaggio. Un sorso morbido all’ingresso, che vira nell’astringenza del tannino, nobile ma ancora da addomesticare. La freschezza aiuta la scorrevolezza che torna all’equilibrio attraverso la nota alcolica. Ancora un po’ di tempo per apprezzarlo sempre di più.

 

Kinor – Aog Zenata 2018 – Domaine Ouled Thaleb

40% Cabernet Franc, 30% Syrah, 30% Arinanoa, quest’ultimo ottenuto nel 1956 dall’incrocio tra Merlot e Petit Verdot. Invecchiamento in vasche di cemento

Il Domaine acquistato nel 2001 da Brahim Zniber, lo stesso di Les Celliers de Meknes , si trova a nord/est di Casablanca. Considerata una delle cantine più antiche del Marocco ancora in attività   (la  prima vendemmia risale al 1927), si estende su una superficie di 3000 ettari.

 

L’abito rubino con nuances violacee, anticipa un naso croccante di frutti piccoli scuri, coriacei, fiori di giaggiolo, violetta di campo, un ventaglio più intenso che complesso. Il sorso è più convincente, la forza che trasmette già all’ingresso parla di un vino corposo, dall’estratto importante. Le note vegetali, balsamiche accompagnano la lunghezza al finale, in cui dopo la deglutizione, appare il frutto scuro avvertito all’olfazione. Per chi ama i vini strutturati ma eleganti.

 

Ouled Thaleb – Aog Zenata 2018Domaine Ouled Thaleb

 Cinsault – Syrah –  Grenache – invecchiamento in vasche di cemento

Nel 1923 furono piantati 3000 ettari di vigne su terreni scisto-sabbiosi, gli stessi che oggi rappresentano l’Aog Zenata, una denominazione porta bandiera conosciuta a livello internazionale.

 

Il colore mostra subito interesse nel porsi rubino intenso con delicate sfumature porpora; il bouquet è discreto nel suo essere fruttato, cenni di mora e ribes con sbuffi di fragolina di bosco si intervallano alla spezia piccante del pepe nero e della prugna secca. Al palato conferma la sua piacevolezza immediata data da una freschezza che scorre libera e spensierata. Il frutto avvolge il sorso che si mostra morbido nella nota alcolica ed elegante del tannino, in una fusione che rende la struttura compatta senza esagerare. Un vino che può essere bevuto in qualsiasi momento della giornata.

 

Ma ora abbandoniamo questa calda terra, e dirigiamoci in un altro paese che affaccia dalla parte opposta del Mediterraneo, la terra culla della cultura occidentale, dove nascono le arti raffinate, il culto della bellezza e i padri della filosofia…parliamo della GRECIA…e non solo…avremo anche due belle sorprese per voi……..ma non ve le sveliamo in questo “reportage”….vi aspettiamo nell’ultimo articolo sui vini internazionali, che sarà anche quello conclusivo sul Wine Paris 2020!

 

 

 

Maura Gigatti e L?INDOVINO

 

 


Marzio Dal Toso

 


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